Bus e Matematica

 

In ritardo, come al solito! Ogni giorno l'attesa del bus esaspera i pendolari a questa fermata. Non c'è pensilina né panchine. Si sta in piedi in un prato dove l'unico riparo dal sole e dalla pioggia è una palma, piuttosto estranea a queste latitudini. Forse l'hanno messa lì per illudere che il sospirato bus porti verso luoghi esotici e lontani. Due innamorati, destinati ad essere separati dall'arrivo del bus, sono i soli a gioire del ritardo come di un regalo insperato, l'occasione di un bacio in più.

Anche per me, pur nella solitudine della mia attesa, sono preziosi questi minuti apparentemente persi che si sommeranno ai tre quarti d'ora di strada verso casa. Mentre gli altri cercano di scorgere il bus in lontananza, il mio sguardo interiore si volge all'orizzonte di rette e curve in spazi astratti, e nell'immobilità materiale dell'attesa io viaggio senza muovermi in mondi a più dimensioni. Il mio cervello ordina numeri più complessi di quelli dell'orario che alcuni passeggeri continuano a rileggere nervosamente, constatando il dilatarsi del ritardo. Qualcuno, forse, si rassegna e proietta la propria fantasia oltre la palma, verso gli infiniti luoghi dell'immaginario; i miei infiniti ancor più vasti sono contenuti in un simbolo intrecciato.

Per quanto strano possa sembrare, è proprio nel momento in cui esco dal mio studio e cammino verso la fermata che inizio a lavorare. Mai quei momenti di autentica illuminazione che sbloccano la lunga ricerca della dimostrazione di un teorema, di un lemma, o di una semplice proprietà sono avvenuti mentre occupo effettivamente il mio posto di lavoro. Capitano sempre altrove, come un'improvvisa rivelazione che attira con urgenza la mente a conoscerne ogni dettaglio e genera una temporanea indifferenza a ciò che ti circonda. E' sempre difficile spiegare i motivi delle mie improvvise assenze e distrazioni a chi pretende, non a torto, la mia attenzione. Meglio, allora, aver allenato la mente a sfruttare il tempo del viaggio solitario che mi riporta dall'ufficio, dove il tempo si è perso tra studenti e burocrazie, verso casa e gli affetti familiari, con tutto il loro calore e tutte le loro esigenze.

Il protrarsi del ritardo porta qualcuno a dichiarare rabbiosamente l'abbandono dell'ecologico e razionale mezzo pubblico in favore della libertà individuale dell'automobile. Non mi metto a discutere su quanto questa aspettativa sia discutibile e illusoria; in qualche modo mi imbarazza, al cospetto dell'esasperazione altrui, il pensare che è solo in questi momenti che io posso godere della mia vera libertà. E d'altronde non mi è sempre facile; sotto il solleone d'Estate o la fredda pioggia d'Inverno, oppure quando il passaggio della centesima automobile ti mette dubbi sull'aria che stai respirando, anche in me prevalgono preoccupazioni più pratiche e sorge la tentazione di strappare definitivamente l'abbonamento, il sacro documento che ti ha reso un pendolare.

Ma ciò che oggi mi angustia non è il sopravvivere alla lunga attesa quotidiana. E' la mente che ormai da molti giorni non trova il passaggio non banale per portare il calcolo al risultato, la connessione logica che a posteriori sembrerà così naturale da far perdere il senso di tutta la fatica. Un problema che per troppo tempo non trova soluzione diventa il problema, il fardello che pesa su tutta l'esistenza. La giornata è passata inutilmente a cercare di sviluppare per iscritto la vaga idea di ieri, ottenendo solo la conferma della sua erroneità ed un senso di depressione che mi porto dietro verso la fermata.

Eppure, in un attimo, misteriosamente qualcosa si riaccende. La ragione scorge un altro sentiero ed inizia a percorrerlo, con la sensazione crescente di essere nella direzione giusta e la latente speranza che il mondo esterno, materializzandosi nell'arrivo del bus, non arrivi a interrompere il cammino al bivio principale. Per fortuna il momento di partire arriva quando la mente ha già ripercorso la strada in senso inverso, rendendo adesso possibile il fissarne la mappa con penna e taccuino. Salgo cercando di non far notare agli altri passeggeri la mia trepidazione. La buona stella dei matematici fa sì che ci sia anche un posto a sedere in una delle posizioni non a rischio di nausea e che il guidatore, nonostante il ritardo, non ecceda con accelerazioni e curve strozzate. Così, al capolinea la dimostrazione è fissata su carta, in un linguaggio di segni che io solo posso capire, ma tanto mi basta. Camminando verso casa ripenso al bus con gratitudine ed a quanto ancora io abbia fatto bene a non tradirlo.

Appena varco la soglia è evidente come il malumore dei giorni passati abbia lasciato il campo alla soddisfazione con la quale annuncio di essere venuto a capo del problema importante e difficile che mi angustiava.

Lei mi sorride, mi carezza i capelli con un autentico sentimento di gioia condivisa, misto ad un senso di materna comprensione che, per mia fortuna, ha sviluppato negli anni insieme. I suoi complimenti e la sua stima sono da sempre il premio più bello.

"Bravo tesoro! Ora ti potrai riposare. Bene, io devo andare adesso, dove hai messo la macchina?"

"La macchina? Io?"

"Certo! L'hai presa tu, stamani, visto il tempo incerto..."

"La macchina... è..."

"Sì?"

"Nel parcheggio dell'Ufficio..."

"..."


Racconto primo classificato a livello regionale e

secondo classificato a livello nazionale del concorso

"Parole in Corsa 2010"

pubblicato in "Scrivere è viaggiare" (raccolta di 70 racconti partecipanti)

Ed. Full Color Sound, Roma, 2011

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